martedì, 10 giugno 2008 | in : bocceboccetteequantaltro

Mercoledì sera, ore 20.

 

La sala da biliardo poteva accogliere un numero esiguo di persone, non più di 4/5 spettatori che avrebbero assistito, testimoni privilegiati, alla prima semifinale fra l’Alfieri e il Sor Mario, diretti dall’imparziale arbitraggio del Gerosi (vero e proprio factòtum della situazione).

 

I due delinquenti, per me questo era l’unico appellativo possibile, parlottavano fra loro ogni tanto lasciandosi andare a delle risatine, mentre il Sor Mario provava qualche tiro, più che altro per prendere confidenza con un tavolo da gioco a lui in teoria poco familiare.

Il biliardo si presentava in condizioni precarie, col panno verde segnato da tanti piccoli punti bianchi, a ricordo di vecchie bocciate e colpi di stecca.

Inoltre, a detta di alcuni “esperti”, il piano di gioco non risultava perfettamente parallelo al terreno.

 

La concentrazione del Cannibale di Latina, la naturalezza con la quale accompagnava le biglia lungo il biliardo avvicinandosi al pallino, il movimento rapido e sicuro del polso nei tentativi di bocciata, mi sorpresero.

Per la prima volta lo osservavo in quelle vesti, l’impressione era però buona, mi dava nuova speranza sull’esito finale del match.

Avevo già deciso di non assistere all’incontro che sarebbe terminato al raggiungimento, da parte di uno dei due giocatori, di quota 25 punti (una via di mezzo fra i 12 delle bocce e i 50 delle boccette).

Non avrei resistito nell’osservare il trionfo truffaldino del “salumiere di provincia” sotto lo sguardo benevolo e compiacente dell’ex vigile urbano.

 

Uscii dalla sala e tornai al campo di bocce per valutarne le condizioni.

Il livello dell’acqua era calato, non pioveva da diverse ore, un sole esitante si era  presentato verso le cinque del pomeriggio e almeno in parte aveva svolto il proprio compito di prosciugatore naturale.

Se il tempo avesse retto, come dichiarato dagli infallibili meteorologi dell’Osservatorio di Lugano, il giorno seguente il torneo di bocce si sarebbe concluso con tre incontri, per l’appunto, di bocce.

Meglio non pensarci..

Avrei finito con l’incavolarmi di nuovo senza poter far nulla per riparare al torto subito.

Allontanatomi dal campo entrai nel bar del villaggio.

 

“Un vermut, per favore”

“Un vermut ? Ma se fino a ieri bevevi Coca Cola con una fettina di limone ?!” mi rispose sorridendomi Elios, il barista.

 

“Un vermut” ribadii poco convinto.

 

Non ci si ubriaca forse per dimenticare ?

Non dovevo cancellare dalla testa il ricordo di una ragazza che mi aveva rifiutato o chissà quali altri sventure tipiche dell’adolescenza, ma qualcosa di ben più grave.

Ero un uomo a tutti gli effetti ormai, la vita mi aveva mostrato, nel comportamento irregolare, nella truffa combinata del duo Alfieri-Gerosi, quanto potesse essere crudele.

A sedici anni vittima dell’ingiustizia sportiva e della malvagità del genere umano !!

 

“Ma va là, prendi questa che è molto meglio del vermut ! Stavolta offre la casa” fu la risposta di Elios mentre mi allungava una lattina di Sprite.

 

Uscii dal bar e mi diressi verso la sala da biliardo.

Erano le 20 e 37.

Percorrevo a passi piccoli e lenti il breve tragitto che mi separava dal luogo del delitto, rimuginando la decisione da assumere in merito al torneo.

Ritirarsi lasciando via libera al muratore Saverio ?
Proseguire sfidando, in caso di vittoria nella semifinale, l’Alfieri in un incontro che mi avrebbe visto soccombere ?

La decisione fu più semplice del previsto.

Avrei optato per la seconda ipotesi riproponendomi però di riservare una sorpresa finale per il vincitore e il suo giudice collaborazionista, durante la cerimonia di premiazione.

Mentre la gente avrebbe applaudito il primo classificato io, al suo fianco, avrei alzato il braccio sinistro in segno di protesta, un guanto nero a coprirmi la mano, come avevo visto fare in televisione da due atleti di colore americani, alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968.

Di fronte allo stupore dei più mi sarei impossessato del microfono che il Gerosi teneva in mano, microfono usato poco prima per richiamare sul palco i tre premiati, e avrei rivelato alla platea degli ignari villeggianti la frode perpetrata dalla coppia di mascalzoni.

Rinfrancato dall’immagine del sottoscritto, nelle vesti di fustigatore delle altrui nefandezze, entrai nella sala da biliardo.

 

Mi fu impossibile non dare un’occhiata immediata al punteggio: 23 a 11.

 

Il trionfo dell’Alfieri era prossimo a realizzarsi.

 

L’Alfieri.

Seppure a un passo dalla vittoria non lo vedevo raggiante come la sera dell’amichevole nella quale mi aveva sconfitto con 35 punti di distacco. E sì che questa volta la posta in gioco era ben più alta, tanto che per farla propria si era escogitato un abile raggiro favorito dalle condizioni meteorologiche.

Dal “23 a 11” il mio sguardo si spostò sulla camicia a quadrettoni dell’Alfieri che mostrava evidenti chiazze di sudore nelle zone ascellari e (persino) nella parte superiore della schiena.

Eravamo in Luglio, ma in un piccolo paese di montagna, dopo una giornata col tempo variabile, la temperatura sfiorava all’aria aperta a malapena i 20 gradi: nella sala da biliardo i 21, forse 22.

Non era il clima a determinare l’iperidrosi del semifinalista.

Il sudore dell’Alfieri, le gocce gli scendevano anche lungo la fronte senza che lui se ne rendesse conto, andava di pari passo con il broncio del Gerosi che proprio in quell’istante annunciò il 24esimo punto conquistato … dal signor Mario.

Nella convinzione della superiorità del “salumiere” avevo erroneamente associato gli 11 punti al giocatore di Latina.

In quel momento, nel guardarlo con attenzione, ritrovavo nel Cannibale la fredda impassibilità che era solito mostrare sul campo da bocce.

Serio e determinato nell’andare a punto o nel colpire con forza le biglie avversarie.

A sostenerlo come unica tifosa la moglie, che in realtà divideva la propria attenzione fra quanto avveniva sul panno verde e un maglioncino di lana che stava preparando, lei abile nel lavoro a maglia, per la nascita della futura nipotina che l’autunno successivo l’avrebbe resa nonna per la prima volta.

 

“La partita è chiusa. Punteggio finale: 25 punti per Mario Sidoti, 11 per Giambattista Alfieri” annunciò con tono funerario un costernato Gerosi.

 

Nell’avvicinarmi per stringergli la mano, sentii il Sor Mario rivelare a due villeggianti, che si stavano congratulando con lui, la seguente verità:

 

“Bocce o boccette fa uguale. So’ forte co’ tutte e due. Anzi, co’ e boccette ciò pure vinto er nazionale pe’ i minori de 16 anni, quanno ero regazzino. Si non era pe’ mi padre, che nun glie piaceva la compagnia che bazzicava er biliardo, me sa che facevo pure cariera”.

 

Stretta la mano al Cannibale notai l’Alfieri uscire con mestizia dalla sala, nella totale disattenzione dei pochi presenti.

 

Il Gerosi rimase in qualità di arbitro della seconda semifinale che di lì a poco mi avrebbe visto sfidante (vincente) di Saverio, il muratore di Luino.

 

Il pomeriggio seguente, in un giovedì segnato da un fortissimo temporale estivo, che per una buona mezz’ora si trasformò in una grandinata memorabile, persi per 25 a 1 la finale con il Sidoti.

 

Il torneo si era concluso rispettando in pieno i pronostici.

 

Mi ero sbagliato quando al Gerosi avevo risposto che:

“Terminare a boccette significa stravolgere i rapporti di forza fra i quattro semifinalisti.”

 

La classifica finale rispecchiava il valore tecnico del Sor Mario, primo indiscusso, del sottoscritto, giovane di belle speranze, dell’Alfieri, astuto e sleale competitore e di Saverio, il meno brillante della compagnia.

 

A pensarci bene in un’altra cosa il Gerosi aveva visto giusto: in quanto a “precisione” nelle previsioni meteo, il colonnello Bernacca non aveva nulla da temere dai suoi colleghi del Canton Ticino.

 

moreno9000 @ 20:23 | commenti (12)(popup) | commenti (12)
giovedì, 05 giugno 2008 | in : bocceboccetteequantaltro

Il martedì sera iniziò a cadere una pioggia fitta, insistente, che si protrasse per tutta la notte proseguendo nella mattinata successiva.

Non vi erano teli adibiti alla copertura del campo che il mercoledì verso mezzogiorno somigliava a una piscina olimpica, con i suoi cinque centimetri abbondanti di acqua all’interno.

 

Ero lì, a osservare delle foglie galleggiare nell’insolito catino, quando mi si avvicinò, col suo passo claudicante, il signor Gerosi, a capo dell’organizzazione del torneo, un’autorità che forse gli derivava dall’essere stato in anni non recenti vigile urbano (ora era un attivo e felice pensionato).

 

“Moreno, mi dispiace ma qui il torneo non si può finire. Guarda che acqua !”

 

“Beh non è detto, ha smesso di piovere, le previsioni danno bello. Sa, lo hanno annunciato alla TV Svizzera, quelli ci azzeccano sempre, non sono mica come il nostro Bernacca.”

 

“E tu ti fidi delle previsioni degli svizzeri ? Credi siano meglio del colonnello Bernacca ? E poi, anche col sole, il campo non si asciugherebbe in tempo. Ricordati che domani sera abbiamo la cerimonia di premiazione.”

 

Non comprendevo l’insistenza del Gerosi nell’affermare l’impossibilità alla conclusione regolare del torneo.

 

Mancavano tre incontri, nella peggiore delle ipotesi tre o quattro ore di gioco che si potevano disputare con tranquillità nel pomeriggio del giorno successivo.

La premiazione altro non era se non una piccola festa per i villeggianti con consegna delle coppette e medagliette di turno ai partecipanti la tenzone. Nulla vietava di posticiparla al venerdì sera (ultimo giorno disponibile prima della partenza dei turisti che sarebbe avvenuta il sabato).

 

“Aspettiamo fino a domattina, magari il campo asciuga più velocemente di quanto si creda.”

 

“Ti dico di no, non si può fare, non vorrai mica insegnare a me queste cose ?! Bazzico i campi di bocce da 50 anni”.

 

Mentre Gerosi ribadiva le sue convinzioni, avevo iniziato, per puro spirito di contraddizione, a scavare una buca nella terra, un piccolo tunnel che partendo dall’interno del campo passava sotto una delle assi che lo delimitava, per sbucare fuori nel terreno adiacente. Era un modo artigianale per favorire il deflusso dell’acqua accelerando il processo di prosciugamento.

 

“Ma cosa fai ? Dai, smettila ! Non serve a niente e poi rovini il campo. La soluzione c’è, senza fare queste sceneggiate”.

 

“E quale sarebbe ?” chiesi con aria di sfida.

 

“Semplice, si prosegue il torneo di bocce nella sala da biliardo. Lo finiamo usando le boccette. Si fa punto solo avvicinandosi al pallino, i birilli non contano, li teniamo unicamente come ostacolo in modo che la biglia che dovesse toccarli verrebbe eliminata dal gioco”.

 

Illuminazione.

Ora comprendevo la testardaggine del vigile.

Il Gerosi.

Il Gerosi e le boccette.

Le boccette e l’Alfieri.

L’Alfieri e il Gerosi, amiconi, spesso in coppia al bar nelle lunghe partite serali a scopa d’assi, due tipi culo e camicia (a quadrettoni quella dell’Alfieri).

 

Il Sor Mario ostacolo insormontabile ?
“Semplice, si prosegue il torneo di bocce nella sala da biliardo … “

Se Eddy Mercks è imbattibile con una bici da corsa lo facciamo gareggiare con una Graziella nella speranza, cambiando il contesto della gara, di poterlo superare.

 

Mi stava per scappare un insulto, ma mi frenai e, con tono conciliante dissi:

 

“Non si può giocare a boccette fingendo che sia una partita a bocce. Sono due sport simili, ma distinti. Sono parenti fino a un certo punto. Cugini sì, ma di terzo grado. Lei finirebbe un torneo di tennis su un tavolo da ping pong ?”

 

“Ma sei di coccio. Se non c’è tempo, non c’è tempo. Preferiresti tirare a sorte per designare il vincitore ?”


”Quasi quasi sì. Terminare a boccette significa stravolgere i rapporti di forza fra i quattro semifinalisti.”

 

“Quante storie, gli altri tre hanno accettato subito. Pensa che perfino il signor Alfieri, che non ha mai preso in mano una boccetta in vita sua, si è detto d’accordo !”

 

Lo odiavo.

Per un attimo lo sguardo era andato verso il misuratore in ferro appeso vicino al segnapunti arrugginito.

Mi immaginavo di prenderlo e conficcarlo, brandendolo con entrambi le mani, negli occhi cerulei del perfido ingannatore.

Il Gerosi non me ne diede il tempo, si voltò senza salutarmi e col solito passo claudicante (aveva la gamba destra poco più corta della sinistra) si diresse verso il bar del villaggio dove, ne ero sicuro, avrebbe brindato con l’Alfieri, un bicchierino di vermut dietro l’altro, alla prossima vittoria nel torneo di BocceBoccetteEQuant’altro. 

 

moreno9000 @ 19:49 | commenti (21)(popup) | commenti (21)
domenica, 01 giugno 2008 | in : bocceboccetteequantaltro

Il signor Alfieri gongolava tutto alla fine della partita, appena conclusasi sul 50 a 15 in suo favore.

Si muoveva leggiadro lungo il tavolo da biliardo con una grazia che non gli avresti dato, visti i cento e passa chili che si portava dietro.

A vederlo entusiasta, la pancia prominente, il doppio mento, la camicia a quadrettoni aderente al corpo, i pantaloni sorretti da due bretelle marroni (nell’insieme la figura che ricordava un salumiere di provincia), veniva da sorridere.

Mi divertiva pensare come un’innocua sfida a boccette, giocata in una calda serata di Luglio, in una piccola sala da biliardo, in un villaggio turistico del varesotto, fra lo stesso Alfieri e il sottoscritto, sedicenne brufoloso che a malapena conosceva le regole alla base del gioco, potesse suscitare nell’omone che avevo di fronte tanta contentezza.

Ad ogni colpo azzeccato, ad ogni birillo abbattuto, col punteggio del mio avversario che rapido si incrementava, l’Alfieri si sbrodolava nell’elogio personale :

”Sai, sono stato campione provinciale quando avevo la tua età” commentava, fissandomi con un’occhiata che esprimeva compatimento.

 

“Ora guarda cosa ti invento” e via con un colpo a tre sponde che terminava con la sua biglia a spingere delicatamente il pallino sul castello dei birilli.

 

Io mi arrabattavo come potevo, non ero in grado, non avendo mai giocato prima d’allora, di calcolare traiettorie, di immaginarmi tiri elaborati che andassero oltre il semplice centrare in modo diretto le biglie dell’Alfieri o il tentare un’approssimazione al pallino per fare punto.

 

Unica consolazione era pregustare un’ipotetica rivincita nel torneo di bocce che negli stessi giorni si svolgeva nel villaggio turistico e che giunto alle semifinali mi vedeva in lizza con l’Alfieri medesimo.

Nelle bocce era un’altra storia: conoscevo le regole e le tattiche di gioco per il quale,  sin da piccolo, avevo mostrato di possedere una naturale predisposizione.

Buon puntista, ma soprattutto ottimo bocciatore.

L’Alfieri se le cavava discretamente anche se il fisico gli rendeva difficoltoso abbassarsi quando lasciava la boccia, per andare a punto, e ancor di più mantenere un buon equilibrio nel prendere una (per lui breve) rincorsa per colpire di raffa.

 

La rivincita era sì possibile, ma non sicura.

Mi ritrovavo nella parte alta del tabellone contro un “indigeno”, un muratore di Luino di nome Saverio, giocatore grintoso ma non molto dotato da un punto di vista tecnico : stando alle previsioni avevo ottime probabilità di giungere in finale.

L’Alfieri era al contrario nella non facile condizione di affrontare il Sor Mario di Latina, un ometto sull’1 e 60, smilzo, sulla cinquantina, sempre abbronzato, solito indossare camicie bianche sbottonate nella parte alta a mostrare una catenina d’oro con annesso crocifisso, infallibile o quasi nella bocciata.

Il Sor Mario tempo addietro aveva giocato a livello nazionale : in un torneo di poche pretese per villeggianti, dotati nella stragrande maggioranza dei casi di scarso spirito agonistico, lui appariva come Eddy Merckx in una gara ciclistica per dilettanti.

In teoria la finale mi avrebbe visto sfidare il Cannibale del Pallino nella riedizione di uno scontro avvenuto l’anno precedente e terminato con un netto 12 a 4 per il più quotato contendente.

 

Le semifinali erano previste per mercoledì, teatro della sfida il campo da bocce situato al centro del villaggio turistico.

Si trattava a tutti gli effetti di un campetto di second’ordine, all’aperto (circondato da piccoli alberi piantati due anni prima lungo i lati) con le assi di legno in più parti rovinate e con un segnapunti rotondo in ferro arrugginito.

Le bocce in dotazione erano verdi e rosse di dimensioni fra loro differenti.

Solo il Sor Mario, unico “professionista”, utilizzava bocce personali che, poco prima di effettuare il tiro, strofinava e ripuliva dai granelli di sabbia con il canonico straccetto in pelle dal colore giallo.

 

moreno9000 @ 12:07 | commenti (19)(popup) | commenti (19)